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Non ha resistito alla tentazione e alla fine Maurizio Zamparini ha esonerato Stefano Colantuono. La panchina è stata affidata a Davide Ballardini. Il nuovo mister è stato già presentato.
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Irlandese di nascita, George Best rappresenta uno dei più grandi rimpianti del calcio britannico. Fu acquistato giovanissimo negli anni ’60 dal Manchester United che ne intuì le straordinarie potenzialità e che lo fece esordire ancora minorenne in prima squadra. La sua ascesa fu rapida e incontenibile. Funambolo, tecnico, dotato di grande carisma, portò il Manchester United sul tetto d’ europa vincendo la Coppa dei Campioni nel 1968 ai danni del Benfica di Eusebio; e quello stesso anno conquistò il pallone d’oro raggiungendo il picco più alto della sua carriera.
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Ed ecco che nel 2005 Woody Allen decide di stupire ancora: niente personaggi con manie e nevrosi, niente battute taglienti, soprattutto niente Woody Allen. Ammiratori e detrattori rimangono probabilmente spiazzati ma, crediamo di poter dire, né i primi né i secondi rimangono delusi. Una prova magistrale di quanto la trama possa essere quasi “marginale” rispetto alla qualità complessiva del film. In altre parole: non servono plot intricatissimi, intrecci surreali, avvenimenti imprevedibili, sceneggiature originali per realizzare un ottimo film. Bastano i contenuti. E, più che le idee, il modo con il quale esse si realizzano su pellicola.
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L’ultima fatica di Clint Eastwood è stata recentemente eletta uno dei tre film sportivi più belli della storia del cinema, insieme a Rocky e a Fuga per la Vittoria. Una ragazza con la passione per il pugilato, proveniente da una famiglia povera e disagiata, sogna di essere allenata da un grande ex pugile per sfondare nel mondo della boxe. Quest’ultimo, carattere difficile e passato burrascoso, sembra deciso a non prendere in considerazione le richieste della ragazza; ma l’insistenza della boxeur in gonnella e l’intercessione dell’immancabile assistente di colore alla fine vengono premiate.
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“Quella sporca ultima meta” è uno di quei film che potevano essere girati solo negli anni settanta. Che nessuno potrebbe realizzare più. Vuoi per la pulizia dei dialoghi, per il ritmo della narrazione, per l’atmosfera che si respira. O forse, soprattutto, perché trovare protagonisti del fascino e del carisma di Burt Reynolds appare oggi impresa francamente difficile. Viene da pensare a George Clooney, forse unico degno rappresentante di una categoria di attori capaci di rubare la scena con un sorriso, ma il fisico e l’atleticità di Burt, diciamo la verità, sono un'altra cosa.
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Periodo 1964 -1974. I dieci anni più rappresentativi della vita e della carriera di Muhammad Alì, al secolo Cassius Clay, racchiusi in 156 min. Un pugno nello stomaco (appunto) dello spettatore che nemmeno la liberatoria vittoria finale riesce ad alleggerire. Il film si apre e si chiude con i match che sanciscono la conquista del titolo mondiale dei pesi massimi da parte di Alì, il primo contro Liston (incontro truccato, dettaglio non evidenziato nel film), l’ ultimo contro George Foreman (match disputato in Zaire, scelta logistica fortemente simbolica).
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Momenti di Gloria è una fotografia di uno sport e di un mondo che non c’è più, e che quasi si fa fatica a credere che sia mai esistito. Un’ istantanea che ci giunge direttamente dagli Anni venti, e che ci racconta il percorso parallelo ma ugualmente travagliato di due fenomeni dell’ atletica inglese che per motivi diversi sognano le olimpiadi di Parigi 1924.
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Sylvester Stallone butta giù nel 1976 una sceneggiatura su misura per sé stesso, e con l’abile regia di Jon G. Avildsen ne fa il capostipite di una saga che attraverso sei capitoli (l’ultimo, Rocky Balboa, è attualmente in lavorazione) ci racconta la (furbissima) storia del classico sogno americano: un ragazzotto di Philadelphia, povero in canna e con la passione per il pugilato, viene scelto dal campione del mondo dei pesi massimi, Apollo Creed, come sfidante al titolo, un pò per mancanza di avversari di rango, un pò per manovra commerciale.
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Il celebre “Starsky” Paul Michael Glaser, ci regala un gioiellino ingiustamente relegato nel filone dei film d’azione e colpevolmente passato inosservato. Smessi i panni di detective tutto fascino e azione e vestiti quelli del regista, l’ex compagno di Hutch prova a proiettarsi avanti di un trentennio portando all’estremo il concetto di reality show e di manipolazione di menti tanto di moda oggi. Il merito è innegabile se si pensa come all’epoca del film questi fossero temi di attualità ma non troppo.
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Anno 2017, ovvero tra una decina d’anni. Un po’ poco per credere che il mondo immaginato negli anni settanta dal regista Norman Jewison possa realmente prender forma. Meglio così? Dipende. Perché lo scenario a prima vista è perfetto: l’uomo è riuscito a sconfiggere le guerre, le povertà, il terrorismo, la criminalità, la fame e le malattie. Tutti hanno tutto. In ogni angolo del mondo. Non esistono più nazioni ma “corporazioni” allineate sotto un unico inno, governate dal “direttivo” e dall’”esecutivo”.
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